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    April 22

    n° 161

    Cambio di abitudini.
    Sarà che viaggio sempre sola, in pullman o treno. Sarà che non perdo mai il vizio di osservare le persone intorno. Fatto sta che ho potuto verificare, negli ultimissimi anni, un innegabile cambiamento in chi mi circonda (e non in me, spiegherò il perché!). Un tempo, quando salivo su un mezzo pubblico, era matematico scambiare due chiacchiere con chi ti stava accanto, alle 7 di mattina, come nei miei viaggi notturni: non ho mai smesso di conoscere persone e di ascoltare, di prestare fazzoletti, di offrire caramelle e biscotti.
    Cosa è cambiato? In apparenza, poco. Le persone continuano, volenti o nolenti, a spostarsi in tram, bus, metro. Quello che mi fa pensare è il silenzio che regna in questi luoghi. Li definisco luoghi di aggregazione perché per me lo sono a pieno titolo. Il silenzio a cui mi riferisco è quello corale, qua e là interrotto dalle suonerie dei cellulari. Eccolo l'oggetto del desiderio! Mai notato l'ansia con cui lo si maneggia? (io lo lascio spessissimo a casa spento!)
    Pare che tutti siano così schivi e freddi con gli altri e poi non si creino problemi nel fare resoconti dei loro mal di pancia, dei loro litigi e dei loro spostamenti con chi si trova all'altro capo del telefono. Ne scorrono di stralci di vite in quei pochi centimetri di arnese! Se ne sentono di tutti i colori: emozioni formato tascabile e, soprattutto, ben visibili ai presenti.
    Se in facoltà, agli inizi, ricordo l'invidia che destava l'arrivo di un sms (eri pensato da qualcuno ergo avevi una vita sociale), adesso mi fanno ridere, e a volte tenerezza, certi dialoghi fatti per "dire e non dire". Passino questi ultimi, piuttosto è l'effetto imitazione immediata che mi fa pensare. Tutti, alzi la mano chi non lo fa, guardano fintamente interessati il loro cellulare non appena ne squilla uno: possibile? Un caso di amnesia riguardo la propria suoneria? Decisioni improcastinabili riguardo l'ora esatta in cui buttare la pasta da riferire alla madre ottantenne (che è pur brava col telefono, ma si dimentica di chiamare all'ora prefissata)?
    Non so cosa dire: se non che a me sembra l'altra faccia della solitudine ed una sorta di "pinza" con cui avviare rapporti sociali non compromettenti.
    Piccola postilla: le cuffie, gli auricolari e simili.
    Che grande invenzione!
    Basta assumere quella espressione "sono stanco, non avvicinatevi, ho avuto una giornata orrenda" e le indossi: il gioco è fatto!
    A parte che non ti si avvicinerà nessuno, tutt'al più ci sarà il temerario che, invece di sbirciare il tuo quotidiano, farà esercizi di attenzione per capire cosa ascolti in quel momento...
    Che delusione! Hai pure cattivi gusti musicali! Sich!


    April 19

    n° 160

    Anche le parole hanno un loro codice genetico: l'etimologia.
    Una sorta di dna che ci permette di scoprire la loro origine, più o meno antica, oppure se hanno una derivazione straniera o latina. E poi studiamo il modo in cui si uniscono per acquistare senso, le eventuali abbreviazioni, le inevitabili storpiature.
    Ad un livello meno ufficiale, ma sicuramente più personale, anche io mi interrogo sulle parole. Mi tormentano alcune, direi.
    Non si tratta del mio solito discorso sulla corrispondenza tra l'emittente ed il ricevente: sto parlando di un livello differente di interpretazione.
    Così, si scompongono ancora una volta, di più.
    Non sono pure e semplici mai, sembrano non appartenermi appieno, creano e gestiscono legami irrisolti con i luoghi, le persone, i dolori.
    Mi ingannano, mi illudono.
    Tornano o appaiono per la prima volta, contorte in sovrapposizioni in cui sembrano perdersi. Altre volte ne visualizzo una, la scrivo, la sento pronunciare con un tono che solo raramente si avvicina a quello originale con cui è stata detta...
    E giù un fiume di sensazioni e domande pressanti che non ho la pazienza di accantonare o mettere in attesa.
    Vorrei, come in ogni attimo della mia vita, delle risposte sincere.