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    July 05

    n° 165

    Sono con la testa fumante, c'è un caldo asfissiante e non riuscivo proprio a dormire oltre, così, eccomi qui ad imbrattare una nuova pagina di blog.
    Cosa mi dava tanta agitazione? Una semplicissima idea: la paura viene dal noto o dall'ignoto?
    Se mi glorio di poter prevedere con una certa sicurezza degli atteggiamenti da parte di chi mi è intorno, capisco che sono queste stesse "sicurezze" a farmi poi dannare! Come faccio a spiegarlo per bene? Ho più volte scritto sulla assoluta preziosità delle sorprese, delle novità e degli strappi alle regole.
    Tuttavia, come ogni essere umano, anelo anche io alla trasparenza, alla calma e alla profondità che solo un'ottima conoscenza può portare con sé...
    Dunque? Sapere in anticipo, per un facile meccanismo di trasposizione ed osservazione, che se Tizio mi dice:" Ti chiamo domani" e Caio stragiura che non farà più una determinata cosa, c'è da stare sicura che faranno esattamente il contrario,  nulla toglie al fatto che sono comunque avvenimenti sui quali io continuerò ad investire in aspettative "dannose".
    Proprio non vale (per me) il detto repetita iuvant? Questa mia infinita predisposizione a vedere miglioramenti e delicatezze mi trascina fino all'irrigidimento di alcune azioni in stile militaresco che mi impongo per poter vivere bene o, almeno, provarci. Privarmi di aggiornamenti su persone a cui, in un modo o nell'altro, tengo, resta la migliore tortura che mi autoinfliggo e la cura che mi consigliano in tanti. Come terapia risulta essere traumatica per i primi tempi, ma devo ammettere che dà i suoi frutti alla lunga.E qui entrano in gioco l'imprevedibilità e l'abbassamento della guardia a minare quella parvenza di stabilità che mi ero costruita...
    Una parola, un gesto, un'affermazione, fatta magari con spavalderia, hanno la spiacevole conseguenza di portare a galla nuovamente la paura, le paure (che mi vergogno pure ad elencare) e mi sento, nuovamente ed inesorabilmente, votata alla chiusura e pronta a ricominciare la mia corsa solitaria.


    June 27

    n° 164

     Non mi chiedo il perché ma in questi giorni non riesco a non ascoltare questa canzone di un cantante che amo da anni e che mi fa sempre impazzire...



    Lontano dal tuo sole - Neffa

    Sono pronto per rialzarmi ancora,
    è il momento che aspettavo e ora,
    nonostante questo cielo sembri chiuso su di me
    nessuno mi vede
    nessuno mi sente,
    ma non per questo io non rido più.
    Io sono qui in un mondo che ormai
    gira intorno a vuoto
    lontano dal tuo sole
    e piove ma io qualche cosa farò
    per sentire ancora tutto il calore che ora non ho
    e avere un po' di pace che ora non ho
    e luce nei miei occhi che ora non ho, una direzione giusta che ora non ho
    che ora non ho.
    Sulla strada troppe stelle spente
    la tua mano ora servirebbe
    troppa gente alza il dito
    e poi lo punta su di me.
    Nessuno mi crede davvero innocente,
    ma non per questo io non vivo più.
    Io sono qui in un mondo che ormai
    gira intorno a vuoto
    lontano dal tuo sole
    e piove ma io qualche cosa farò
    per sentire ancora tutto il calore che ora non ho
    e avere un po' di pace che ora non ho
    e luce nei miei occhi che ora non ho
    una direzione giusta che ora non ho (x 3)
    E avere un po' di pace che ora non ho
    e luce nei miei occhi che ora non ho
    una direzione giusta che ora non ho (x 3)







    June 11

    n° 163

    "Quando qualcuno dice questo lo so fare anch'io vuol dire che lo sa rifare altrimenti lo avrebbe già fatto prima".
    B. Munari
       
    Questa citazione di un artista futurista mi ha molto intrigata per la sua essenzialità, innanzitutto, e poi perché tocca una delle tematiche di fondo che mi interessano di più: l'originalità.
    Non che mi piaccia esser stravagante o che pretenda gli sguardi addosso per ogni cosa che faccio, per quel che dico o penso. Tuttavia, se non sento una cosa, un gesto, una situazione come pienamente mie (e non comuni o banali) mi do letteralmente (o almeno mentalmente) alla fuga.
    Sembro tormentata, quasi incontentabile. Appaio distante ed incapace di vivere l'attimo. In realtà, io quell'attimo desidero viverlo e farlo mio senza essere turbata da cattivi pensieri e non mi basta la buona volontà, ci vuole la giusta collaborazione. Trovarla!!!
    I famosi elefanti in un negozio di cristalli che tanto mi facevano ridere da piccola adesso li leggo sotto un'ottica più dolente ed esistenzialista. Merito o colpa di questo sciame di piccoli avvenimenti che mi porto dietro e dentro. I cinque sensi, il sesto senso, la testa, il cuore e chi più ne ha, più ne metta...
    A volte vorrei sciogliermi da certi nodi e riconoscermi nel cambiamento senza colpevolizzarmi. Invece continuo a cancellare frasi invece che chiudere porte!

    May 20

    n° 162

    Solo poche parole per dire un grazie ai politici (o aspiranti tali!!) per il loro impegno(?).
    Io sono seriamente colpita, forse non sarò l'unica. Proprio per questo debbo ringraziarli perché in questo feroce clima pre-elettorale trovano il modo di farmi sbellicare dalle risate! Come?
    Coi loro faccioni bloccati in improbabili pose...
    E mi sorge un doveroso corollario: chi fa di mestiere il fotografo, assume sostanze stupefacenti prima di scattare queste foto?
    Getta alle ortiche la prospettiva, il gioco delle luci, il BUON SENSO?
    Ne ho vista una che ritraeva un uomo immortalato con la faccia tra le felci di casa...  Cosa vorrà dire? Che è un ambientalista? Che se perdesse si rifuggerebbe nella giungla?
    Sono due settimane che cerco di venire a capo di questo enigma!
    Un'altra presenta figli "attaccati" sulla testa del padre a mo' di icona religiosa (tipo arcangeli e cherubini dei cori celesti); le donne sono visibilmente più brutte della media e indossano tutte lo stesso tailleur blu (c'era una svendita?).
    Le mani si stringono, si attorcigliano, si puntano sotto il mento per raggiungere quello stile piacione e rassicurante che, però, ha su di me un effetto opposto...
    Insomma, comincio a delirare anche io, forse per il gran caldo?
    April 22

    n° 161

    Cambio di abitudini.
    Sarà che viaggio sempre sola, in pullman o treno. Sarà che non perdo mai il vizio di osservare le persone intorno. Fatto sta che ho potuto verificare, negli ultimissimi anni, un innegabile cambiamento in chi mi circonda (e non in me, spiegherò il perché!). Un tempo, quando salivo su un mezzo pubblico, era matematico scambiare due chiacchiere con chi ti stava accanto, alle 7 di mattina, come nei miei viaggi notturni: non ho mai smesso di conoscere persone e di ascoltare, di prestare fazzoletti, di offrire caramelle e biscotti.
    Cosa è cambiato? In apparenza, poco. Le persone continuano, volenti o nolenti, a spostarsi in tram, bus, metro. Quello che mi fa pensare è il silenzio che regna in questi luoghi. Li definisco luoghi di aggregazione perché per me lo sono a pieno titolo. Il silenzio a cui mi riferisco è quello corale, qua e là interrotto dalle suonerie dei cellulari. Eccolo l'oggetto del desiderio! Mai notato l'ansia con cui lo si maneggia? (io lo lascio spessissimo a casa spento!)
    Pare che tutti siano così schivi e freddi con gli altri e poi non si creino problemi nel fare resoconti dei loro mal di pancia, dei loro litigi e dei loro spostamenti con chi si trova all'altro capo del telefono. Ne scorrono di stralci di vite in quei pochi centimetri di arnese! Se ne sentono di tutti i colori: emozioni formato tascabile e, soprattutto, ben visibili ai presenti.
    Se in facoltà, agli inizi, ricordo l'invidia che destava l'arrivo di un sms (eri pensato da qualcuno ergo avevi una vita sociale), adesso mi fanno ridere, e a volte tenerezza, certi dialoghi fatti per "dire e non dire". Passino questi ultimi, piuttosto è l'effetto imitazione immediata che mi fa pensare. Tutti, alzi la mano chi non lo fa, guardano fintamente interessati il loro cellulare non appena ne squilla uno: possibile? Un caso di amnesia riguardo la propria suoneria? Decisioni improcastinabili riguardo l'ora esatta in cui buttare la pasta da riferire alla madre ottantenne (che è pur brava col telefono, ma si dimentica di chiamare all'ora prefissata)?
    Non so cosa dire: se non che a me sembra l'altra faccia della solitudine ed una sorta di "pinza" con cui avviare rapporti sociali non compromettenti.
    Piccola postilla: le cuffie, gli auricolari e simili.
    Che grande invenzione!
    Basta assumere quella espressione "sono stanco, non avvicinatevi, ho avuto una giornata orrenda" e le indossi: il gioco è fatto!
    A parte che non ti si avvicinerà nessuno, tutt'al più ci sarà il temerario che, invece di sbirciare il tuo quotidiano, farà esercizi di attenzione per capire cosa ascolti in quel momento...
    Che delusione! Hai pure cattivi gusti musicali! Sich!


    April 19

    n° 160

    Anche le parole hanno un loro codice genetico: l'etimologia.
    Una sorta di dna che ci permette di scoprire la loro origine, più o meno antica, oppure se hanno una derivazione straniera o latina. E poi studiamo il modo in cui si uniscono per acquistare senso, le eventuali abbreviazioni, le inevitabili storpiature.
    Ad un livello meno ufficiale, ma sicuramente più personale, anche io mi interrogo sulle parole. Mi tormentano alcune, direi.
    Non si tratta del mio solito discorso sulla corrispondenza tra l'emittente ed il ricevente: sto parlando di un livello differente di interpretazione.
    Così, si scompongono ancora una volta, di più.
    Non sono pure e semplici mai, sembrano non appartenermi appieno, creano e gestiscono legami irrisolti con i luoghi, le persone, i dolori.
    Mi ingannano, mi illudono.
    Tornano o appaiono per la prima volta, contorte in sovrapposizioni in cui sembrano perdersi. Altre volte ne visualizzo una, la scrivo, la sento pronunciare con un tono che solo raramente si avvicina a quello originale con cui è stata detta...
    E giù un fiume di sensazioni e domande pressanti che non ho la pazienza di accantonare o mettere in attesa.
    Vorrei, come in ogni attimo della mia vita, delle risposte sincere.




    March 31

    n° 159

    Questioni di... misure! E di numeri, e di calcoli e di resti! Leggevo ieri un articolo sull'aumento esponenziale dell'uso dei test per valutare le persone, giovanissime e non, secondo uno schema che la fa da padrone in USA da decenni. Mi soffermavo a pensare al mio personale rapporto con le cifre: da studentessa (con la maturità scientifica) ho avuto modo di cimentarmi con frazioni, integrali e funzioni. Adesso che ho definitivamente dato sfogo alla mia vocazione letteraria, i numeri li uso per far di conto e mi pare un po' uno spreco!
    Così, rimuginando, mi è venuto in mente un possibile impiego alternativo di utilità sociale (almeno per la sottoscritta): cominciare a segnalare, onde evitare errori, la percentuale di rabbia, di gioia, di stupore, di attenzione (etc.) che provo. Non nasce senza un perché questa mia idea: facevo ancora il bilancio degli "attimi che ti rovinano" la giornata, la settimana, il mese, gli anni! Mi sono cimentata in un impossibile gioco di ricostruzione notturno (e pazienza per il sonno perduto)in cui rammentavo e rammendavo talune infelici uscite che mi avevano vista come protagonista o vittima; alla fine sempre di scarti infinitesimali o quantità macroscopiche si parlava.
    Quindi, con logica, ho selezionato e tenuti da parte, i momenti positivi, quelli in cui il di più (o il "di meno"), mi portava sensazioni ricordevoli ed ho cercato poi di stilare una mini-classifica delle ricorrenti situazioni in cui mi infurio o mi deprimo. Gli eccessi e le mancanze non sono mai casualmente implicati in tali avvenimenti. Per esempio, se ho accumulato durante il giorno tanta rabbia, diciamo un 70%, basterà una disattenzione a farmi incazzare di brutto. Ancora, se ho coltivato aspettative positive su di una persona (ma con sforzo), dandole un 6 come valutazione, ci vorrà solo una sua battutaccia per farla ricadere nella più brutale insufficienza! E mi chiedo: è onesto tacere questi numeri? Non sarebbe meglio girare con un modulo prestampato pronto all'uso con indicate alcune semplici unità di misura? Del tipo: "Signore, oggi può anche sbattermi il portone in faccia, ho ricevuto una telefonata che mi ha messo di buonumore e di lei me ne frego altamente".
    Oppure, di contro, "Stasera sono così incline al pianto, che se mi dici che il mio maglione è brutto, ti mando a quel paese".
    Semplice, ma efficace...
    Eppure io sono una cattiva testimonial per la mia stessa trovata, forse perché mi aspetto sempre (e ancora... che stupida!) che si creino dei legami comunicativi tanto perfetti e funzionanti da rendere superflua persino la parola e l'obbligo di spiegazioni aggiuntive.
    Situazione sfiorata o vissuta troppo brevemente, ahimè!


    March 21

    n° 158

    Una disquisizione materiale, in tutti i sensi: a volte un pezzo di vetro può esser meglio di una pietra preziosa? O bisogna scartare i tarocchi e scansarli come la peste? Ritornavo con la memoria a quelle improbabili collezioni che si fanno da bambini (io una volta collezionavo terreno e formiche!), mia madre mi racconta di aver tenuto chiuse nei cassetti delle telline, e ce ne sono tanti di episodi analoghi. Il punto su cui mi interrogavo è ancora una volta la scelta. Scelta di senso e di valore. Questi due indispensabili parametri, come li applico io? Una cosa è il sapere che cosa sia un oggetto, un'altra è dargli una connotazione precisa. Per niente facile! E non posso tirare le solite somme buoniste, in base alle quali vale sempre la regola che nelle cose semplici c'è nascosto il più grande tesoro: è divenuta ipocrisia abusata anche questa nobile idea...Discernere caso per caso, persona per persona è questo poi il bello del gioco, no?
    La libertà della selezione risiede nel gusto di ognuno o nelle influenze che agiscono più o meno sul soggetto che applica l'etichettatura. Girare con un fondo di bottiglia al collo può dare più soddisfazione che avere la mano pesante per un diamante enorme (e pacchiano), non lo nego. Ma mirare solo al basso nasconde anche la paura di non farcela a guardare altrove!

    February 23

    n° 157

    In questi giorni ho una vera adorazione per un brano musicale. Forse risponde ad un mio stato emotivo ben preciso, forse è la melodia. Il fatto che resta è che non riesco a smettere di sentirlo e cantarlo da quando apro gli occhi fino a notte fonda. L'ultimo verso è ideale per me!
                                             CLOSING TIME

    Closing time, open all the doors and let you out into the world
    Closing time, turn all the lights on Every boy and every girl
    Closing time, one last call for alcohol, so finish your whiskey or beer
    Closing time, you don't have to go home, but you can't stay here


    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    Take me home... home...


    Closing time, time for you to go out to the places you will be from
    Closing time, this room won't be open till your brother's or your sister's come
    So gather up your jackets, moving to the exits, I hope you have found a friend.
    Closing time, every new beginning comes from some other beginning's end, yeah


    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    Take me home... home...


    Closing time, time for you to go out to the places you will be from...


    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    Take me home... home...

    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    I know who I want to take me home
    Take me home... home...


    Closing time, every new beginning comes from some other beginning's end...
    February 19

    n° 156

    Voglio parlare di promesse. Uso il plurale perché mi sembra di dare loro meno valore piuttosto che adoperando il singolare: lì mi viene in mente roba forte, cose eterne, segreti da confidare.
    Parlo di promesse, delle più varie, soprattutto di quelle fatte tacitamente, che sono poi le più difficili da portare a termine. Non credo più a quelle gridate poiché ho lunga esperienza circa il loro essere disattese (nonostante la loro rumorosa premessa), ho sempre maggior dimestichezza a farmi scivolare addosso quelle emesse da persone poco credibili che magari non si rendono nemmeno conto di quanto potrebbe loro giovare (ai miei occhi) starsene zitte e non millantare azioni, parole, supporto o attenzioni che, per svariate e non sempre insindacabili motivazioni, non sono capaci di donare. Parlo di dono, lo faccio spesso, perché ci credo e lo ritengo una pratica dal duplice vantaggio: non si parte con la premessa di essere ricambiati, non si lascia la porta aperta alle disillusioni connesse all'attesa del gesto altrui.
    Detta così la cosa apparirebbe triste e senza utilità, so benissimo che non è allettante. La pura gioia dell'aprirsi, del non usare chi ci è intorno... talmente insicuro il confine che potrebbe nascondersi una buona dose di egoismo pure nel cercare di non essere ricambiati a tutti i costi.
    La mia ricerca, seppur lenta e senza frutti per lunghi periodi, non smette di essere attiva: mi piacerebbe trovare la stessa dedizione e la stessa libertà d'azione che metto in atto io quotidianamente. A volte capita, mi capita: ed è una bella sensazione. Le promesse le lascio a chi ha poca voglia di impegnarsi e poco rispetto dell'intelligenza altrui.
    Mia madre mi ripeteva da piccolina i tre verbi per indicare le persone svogliate (che non sopportavo allora, come non sopporto adesso): dirò, vedrò, farò...
    February 16

    n° 155

    Poche cose hanno avuto la capacità di farmi ridere tanto! Ecco perché debbo fare un elogio a mio fratello e a questa sua avventura. Rimasto a secco in una zona piuttosto brutta di Roma, di notte, chiude l'auto e si incammina per cercare un distributore di benzina. Scorge un automobilista e gli fa un cenno: costui si ferma ed è gentile nell'accompagnarlo a destinazione. In più si scoprono entrambi napoletani, e il simpatico uomo lo riaccompagna pure nel posto dove aveva parcheggiato.Unica nota stonata resta la sua accompagnatrice che si lamenta continuamente dell'inconveniente e del tempo perduto a causa di mio fratello. Poco male, lui la saluta con educazione e la ringrazia, almeno fino a quando non riceve (non richiesto!) il suo biglietto da visita sul quale campeggia, oltre al nome, una inquietante professione:Tanatoesteta. Due secondi di sconcerto e mio fratello comprende... Si allontana, turbato dal saluto/augurio della donna: "Tienilo, può sempre servirti!"
    February 10

    n° 154

    Un'immagine vale più di mille parole: torna a casa Pezzettino!

    February 07

    n° 153

    Mi viene in mente quella pratica dei giornalisti tanto in voga: l'uso di tenere sempre pronti i famosi "coccodrilli", in cui si celebrano le imprese, più o meno note, di personaggi più o meno amati...(defunti o sul punto di esserlo)
    Però, dev'essere un'ottima idea: scribacchi due righe di convenienza, fai qualche citazione poco originale, una foto e via! Oppure: monti un servizio fatto come quei puzzle per bimbi di quattro pezzi grandi (che stancano persino a tre anni!) e lo infarcisci di frasi ad effetto...
    Perché ci pensavo? Forse perché mi è venuta l'idea di racchiudere in poche parole le definizioni ed i comportamenti dei malcapitati che hanno a che fare con me: mi sa che mi serve meno spazio rispetto a quello necessario per un trafiletto di giornale!
    Come si può essere sempre così ripetitivi? Devo essere io a sbagliare qualcosa, ora me ne rendo conto, oppure va di moda la tortura dell'identico ad oltranza...
    Ma dico basta persino a scriverne! Mi dà ancora più fastidio e nemmeno risolvo il senso di malessere che rischia di provocarmi ben più che notti insonni.
    Maiuscolo, minuscolo, sottovoce o urlato: un grido è sempre un grido.
    January 10

    n° 152

    Quando mi sveglio con una cosa in mente è difficile che non ci pensi poi fino a sera. È capitato anche con il titolo di un film che ho visto e commentato con una persona circa due anni fa, si tratta di LOST IN TRANSLATION, che poi in italiano è diventato "L'amore tradotto". A me è risuonato in testa il senso puro delle parole e non sono riuscita a liberarmene ancora adesso, che di ore ne sono passate tante. Cosa ho perso nella traduzione? Quanto avrebbe potuto essermi utile? Quel richiudere me stessa e fare finta di nulla è un brutto sintomo, il gesto spontaneo che più mi spaventa perché so che da lì parte TUTTO...

    Sono delusa dai fili che si spezzano, da quelli che ho spezzato io; odio le attese che non portano risultati, mi logora la ripetizione e vorrei un solo gesto originale, una sedia tirata in uno specchio che lo mandasse in frantumi.
    Non starei lì a contarli, magari spazzerei velocemente tutto il pavimento e scoprirei quanto mi piace una parete vuota e liscia.
     

    December 29

    n°151

    Questa è la storia del serpente, che viene giù dai monti, per ritrovare la sua coda, che ha perduto un dì, che ha perduto un dì... Ma dimmi un po', sei proprio tu, quel pezzettin del mio codin?
    La filastrocca sopra riportata faceva parte di quel repertorio di canzoncine orecchiabili e cantilenanti che cantavo durante l'intervallo alle scuole elementari. Alcune le avevamo fregate a quelli che andavano dalle suore (che sembravano saperne sempre di diverse, mannaggia a loro!) ed altre erano classiche e conosciutissime. Mi stupisce il linguaggio forbito ( e ripenso a come tutto allora fosse così "perbene") e noto pure un senso di aggregazione che le caratterizza tutte: dalla bella lavanderina, alla canzone dei mesi dell'anno, al pescatore con l'amo e con la rete...
    Si stava insieme, si voleva far gruppo, ci si dava la mano (studiando la migliore posizione per stare accanto all'amica del cuore) e non si aveva timore di dirlo, né si aspettavano le feste natalizie per dare sfogo alla voglia di stare vicini. Quanto si cambia negli anni... Ci fanno il lavaggio del cervello? (ed io che sono sempre così "lontana"?)
    C'è chi si dimentica la dedizione e passa allo sfoglio continuo delle novità, come fossero pagine di un catalogo...
    Amore del nuovo, bisogno di orecchie differenti per la stessa storia e stanchezza inconsolabile. Ci vuole fegato per perseverare, lo so bene. Ecco, vorrei riuscirci un po' di più!







    November 07

    meditazione n° 150

    Sarà che ho molto da fare ( e troppo a cui pensare), sarà che leggo sempre i giornali ma mi è sorto un dubbio inquietante: sono solo io a non gradire il "carrambismo" galoppante?
    Leggevo, appunto, del successo che stanno incontrando i social network.
    Apprendevo dei vari sorpassi degli uni sugli altri.
    Discutevo amenamente in un vicoletto di Napoli con un ragazzo appena conosciuto che mi parlava entusiasta di una sua "botta di fortuna"!
    Costui, tramite una sola iscrizione con foto (udite, udite!) era riuscito a ricomporre la sua classe delle elementari (sigh!)...
    All'ascoltar tale rivelazione, mi è venuto spontaneo rivelargli che io faccio da anni il percorso inverso: cerco di scordarmi dei miei vecchi compagni di classe, e provo estremo piacere nel dribblarli in strada come fossero gatti neri (ed io non sono superstiziosa!)...
    Mi sono beccata un'occhiata perplessa, tramutatasi in una di quasi odio, allorché ha visto il modo in cui lo fissavo quando ha iniziato quasi a commuoversi rimembrando improbabili ricordi raffazzonati.
    Sia chiaro: forse è la mia memoria decisamente estrema che mi priva di questa gioia della ri- scoperta. Può essere.
    Forse sarò troppo timida o collerica, chissà...
    Tuttavia a me proprio non va giù di passare la "mezz'ora" ( come la intendeva De Crescenzo nel film!) con un tizio barbuto che dovrei chiamare ancora Pinuccio...
    Non sono contro i ricordi, anzi, sono una inguaribile amante dei bei tempi che furono però preferisco cullarmeli per quello che sono ed hanno saputo darmi.
    Non nutro questa spasmodica necessità di sapere quanti pargoli ha messo al mondo il suddetto Pinuccio, né venire a conoscenza che, nonostante odiasse la matematica, ora svolge la professione di commercialista.
    Sarò cinica, ma non mi interessa proprio e non credo interesserebbe a lui vedere che non porto più il grembiulino...
    Mi piace stupirmi dei risvolti che la vita prende, incantarmi e divertirmi, ma non riciclo le persone.
    Fossero pure le migliori del mondo, se le ho perdute nel tempo, ci sarà un perché e lo rispetto. Per insondabile o chiaro che sia.
    Adesso come adesso ho a disposizione una panchina lunga: posso dedicarmi a chi mi sta intorno, pensare a quante nuove conoscenze od amicizie ho potuto fare, riconoscere di chi ho bisogno e di chi posso fare a meno senza più recriminare o restarci male.
    Sono certa: non incontrerò mai la Carrà e le sue pietose controfigure!
     
     
     
    October 19

    meditazione n° 149

    È esattamente quel ritornello che mi mette sulla difensiva!
    Anche da piccola, quando ascoltavo questa canzone, ci leggevo dentro una grossa ansia, una grande rivelazione di debolezza. Magari sbagliavo, non lo so.
    So però che il fastidio che mi arreca è pari solo al fascino di credere che quella richiesta venga esaurita: troppo complicato, eh?
    Non me lo sono mai spiegato fino in fondo questo implacabile meccanismo, ho preferito aggirarlo, sostituirlo, assaggiarne piccole dosi ma ... sono rimasta sveglia.
    Esposta alle intemperie emotive che altri mi riversavano addosso, ho cucito una coperta con parecchi buchi (che solo un occhio disattento non scova!) ed ho pensato, per anni, che mai li avrei rattoppati.
    La mia inguaribile voglia di perfezione e completezza mi ha armato più volte la mano con ago e filo, questo va detto.
    Quanto inconsciamente abbia desiderato fare la sartina e rimediare sfoderando una grossa abilità nell'arte del rammendo, non ho nemmeno voglia di dirlo...
    Questo perché riconducevo il tutto alla sovracitata "difesa": mi rimettevo in riga proprio perché mi ero mostrata debole, lo avevo urlato, me ne ero andata in giro con una grossa scritta che, a quanto pare, autorizzava molti a tentare,  senza troppi ringraziamenti, un vero affossamento di quel che sono!
    Ho cambiato genere di biancheria: ho abbandonato quella coperta, in un giorno preciso, l'ho eliminata ed ho iniziato a guardare.
    Evidentemente non ero nata per fare la sarta e neppure la cronista: mi accorgo che non ho scritto nemmeno il titolo di questa canzone che adoro e che sembra una finestra abusiva!
    September 15

    meditazione n° 148

    Non è mai troppo tardi per incontrare un collezionista di nuvole (da chiudere in barattolo) e scoprire che i finti cacciatori di emozioni non parlano la mia stessa lingua...
    Avrebbe potuto essere molto più brusca la mia caduta se avessi continuato a tessere una rete di salvataggio di giustificazioni per chi, in realtà, non ne ha nessuna!
    Pensare ed agire, questo sarebbe bastato a compiere quel gesto semplice che aspettavo e nel quale avevo riposto tanta della mia speranza (sempre eccessiva, oramai mi conosco), gesto che ora non mi serve più e lo dico con esattezza e senza rancore.
    Le parole lasciano il tempo che trovano, possono essere bellissime ed inaspettate ma devono risvegliare qualcosa al mio interno, associarsi a dei moti e a delle reazioni che arrivano senza preavviso e che io adoro sentire e curare.
    Questi cambiamenti non li sento più, non ho rabbia né gioia...
    È subentrata la noia associata al suono di una stessa nota che si ripete all'infinito: quale cultore della musica potrebbe sopportare questa agonia?
    Io no di certo!
    September 10

    le parole che cerco n° 147

    E un giorno mi ha detto:"Scrivetegli". Lui dice che scrivere a qualcuno è l'unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto.
                                                                        A. Baricco
    July 24

    le parole che cerco n° 146

    «Io non voglio stare tra i matti», esclamò Alice.
    «Oh, non puoi farci niente», disse il gatto:
    «Qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta».
    «Come fai a sapere che sono matta?», disse Alice.
    «Devi esserlo», disse il gatto.
    «Altrimenti non saresti qui».
                                                     Lewis Carroll (Alice nel paese delle meraviglie)